Quando parliamo di confini nelle relazioni, spesso pensiamo immediatamente alla capacità di dire no, imparare a mettere dei paletti, non permettere agli altri di invadere il nostro spazio, proteggerci.
È certamente una parte del tema, ma non è l'unica.
Un confine non serve soltanto a separare. È anche ciò che rende possibile incontrarsi.
Perché per entrare davvero in relazione con qualcuno ho bisogno, in qualche modo, di poter sentire che io sono io e tu sei tu. E non è sempre così semplice.
Il confine è il luogo in cui ci incontriamo
Possiamo immaginare il confine non come una linea rigida che divide due territori, ma come una zona di contatto: è lì che posso accorgermi di quello che sento, di ciò che desidero, di quello che mi piace e di quello che non voglio. Ed è sempre lì che incontro ciò che sente, desidera e vuole l'altra persona.
A volte queste due cose coincidono. Altre volte no.
È proprio quando non coincidono che il confine diventa particolarmente interessante: posso volerti bene e non voler fare quello che mi chiedi; posso capire che sei deluso e continuare a pensare che quella scelta sia giusta per me; posso desiderare di esserti vicino e, nello stesso tempo, avere bisogno di stare da solo; posso ascoltare ciò di cui hai bisogno senza trasformarlo automaticamente in qualcosa che devo soddisfare.
In una relazione, quindi, il problema non è eliminare i confini. È riuscire a incontrarsi senza che uno dei due debba necessariamente scomparire.
Quando il confine diventa difficile da sentire
Ci sono momenti in cui il confine tra noi e l'altro sembra diventare meno nitido: magari ci accorgiamo immediatamente dell'umore di chi abbiamo davanti, sappiamo cosa potrebbe ferirlo, cosa si aspetta da noi, cosa vorrebbe sentirsi dire.
E siamo molto meno veloci nel riconoscere ciò che sta succedendo dentro di noi.
A volte diciamo sì prima ancora di esserci chiesti se volevamo davvero farlo. Oppure sentiamo chiaramente un no, ma insieme arrivano il senso di colpa, la paura di deludere, il timore di essere egoisti o di mettere a rischio la relazione. Così possiamo ritrovarci a fare qualcosa che non volevamo fare, a tollerare qualcosa che ci fa stare male o a prenderci la responsabilità delle emozioni dell'altro.
Non necessariamente perché non sappiamo che avremmo potuto dire no, a volte lo sappiamo benissimo.
La parte difficile viene dopo: sostenere quello che succede quando quel no entra nella relazione.
Dire no è solo una parte della storia
C'è però anche un'altra possibilità, di cui si parla meno: possiamo avere confini molto solidi, essere bravissimi a proteggerci, a non dipendere, a non chiedere troppo, a non mostrare alcune parti di noi. Possiamo imparare a cavarcela da soli.
In questo caso la difficoltà non è necessariamente dire no, potrebbe essere dire sì: lasciarsi aiutare, chiedere, mostrarsi vulnerabili, permettere a qualcuno di avvicinarsi abbastanza da poterci toccare davvero.
Anche un confine molto rigido può avere avuto una funzione importante. Tenere lontano può essere stato, in qualche momento della nostra storia, il modo migliore che avevamo per proteggerci.
Per questo parlare semplicemente di confini “giusti” o “sbagliati” rischia di raccontare troppo poco.
La distanza giusta non esiste
Quanto dovrebbe essere vicino qualcuno?
Non esiste una misura valida per tutti. E probabilmente non esiste nemmeno una misura valida per noi in ogni momento.
Ci sono persone che vogliamo vicinissime e altre che preferiamo tenere più lontane. Ci sono momenti in cui desideriamo essere raggiunti e altri in cui abbiamo bisogno di ritirarci. Possiamo avere voglia di raccontare qualcosa oggi e scegliere di non farlo domani.
Un confine vivo può cambiare.
Il punto allora non è imparare una volta per tutte dove mettere quella linea, ma diventare più capaci di sentire dove si trova per noi, in quel momento e in quella relazione.
Il corpo spesso lo sa prima di noi
Non sempre riconosciamo un confine attraverso un pensiero chiaro, a volte arriva prima il corpo: una tensione, il desiderio di allontanarsi, un respiro che si accorcia, la sensazione di essere troppo esposti. Oppure, al contrario, il desiderio di avvicinarsi, di essere toccati, di essere visti. Possiamo accorgerci di aver oltrepassato un nostro limite soltanto dopo, quando sentiamo irritazione, stanchezza, rabbia o il bisogno improvviso di prendere distanza.
Per questo esplorare i propri confini non significa soltanto chiedersi “cosa dovrei accettare?” o “quando dovrei dire no?”. Può voler dire cominciare a osservare:
Cosa succede dentro di me quando qualcuno si avvicina?
Come mi accorgo che qualcosa è troppo?
Quanto spazio riesco a prendere senza sentirmi in colpa?
Cosa succede quando l'altro è deluso da me?
Quanto facilmente chiedo ciò di cui ho bisogno?
E quanto riesco a lasciare che qualcuno si avvicini davvero?
Le risposte non servono a stabilire se sappiamo o non sappiamo mettere confini. Servono piuttosto a conoscere come stiamo nella distanza tra noi e gli altri.
Il confine come esperienza
Possiamo capire molte cose di noi pensando alle nostre relazioni, ma alcune diventano evidenti soltanto quando possiamo farne esperienza: avvicinarsi, allontanarsi, fermarsi. Accorgersi che vorremmo fare un passo indietro e permettercelo. Sentire cosa succede quando qualcuno entra nel nostro spazio. Provare a dire no e restare lì abbastanza a lungo da ascoltare quello che quel no produce dentro di noi. O scoprire che, per una volta, possiamo fare un passo verso qualcuno.
Il confine smette allora di essere soltanto un concetto e diventa qualcosa che possiamo osservare mentre accade.
Forse è proprio qui che la domanda iniziale cambia. Non soltanto:
Dove finisco io e dove cominci tu?
Ma anche:
cosa succede quando ci incontriamo proprio lì?